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     Statistiche

    -=Intervista a Bruno Menei, alias Vru=-

     

      Arte senza confini…

    Giovane e poliedrico, Bruno Antonio Menei Hurtado alias Vru passa senza distinzioni dal fumetto al cinema, dalla pittura alla video-arte. Di origini venezuelane, attualmente vive a Giulianova nelle Marche, ha esposto in diverse manifestazioni e collabora con un gruppo di artisti internazionali all’interno dell’Officina d’arte Evoque. Il 5 giugno 2004 ha partecipato col cortometraggio Fuego al primo Bizzarro Film Festival di Alfonsine (RA), dove si è meritato il Premio Shortvillage. Le sue opere pongono in primo piano una ricerca estetica, fondendosi coi sapori tribali delle colonne sonore, con l’erotico e il documentario sociale. Sono interessanti le influenze delle origini venezuelane come delle collaborazioni internazionali, giapponesi in primo luogo.

    Abbiamo rivolto alcune domande a Bruno Menei per saperne di più.

    Ci puoi parlare dell’officina d’arte Evoque?

    ’Officina d’arte Evoque nasce dall’istanza di una concreta rinascita artistica nel panorama nazionale, la cui reputazione è legata al lavoro diartisti del passato. Evoque, evoca l’arte come risposta a

    questo nulla italiano e internazionale chemperversa. E’ un’officina composta di artisti giapponesi, iraniani, belgi, francesi, venezuelani e italiani. Abbiamo creato un nostro stile, un’impronta inconfondibile. Evoque stravolge i generi, lo stile, il sesso, gli uomini, la religione e il linguaggio. Ogni nostra convinzione artistica muore e rimane solo Evoque!

    Come nasce il progetto di Fuego?

     Il video di Fuego è una ricerca sulle mie origini indigene sud americane e allo stesso tempo sull’ego. Fuego è un ego al passato, ma infuocato, un fu-ego. Considero obsolete le ricerche filosofiche della maggior parte dei videoartisti attuali. Fuego è un lavoro di tre anni che si è concretizzato in un’installazione, venti dipinti, sei video e una performance. E’ stato presentato alla Biennale d'arte adriatica nel 2003 oltre che al Bizzarro Film Festival.

     L’opera sembra più vicina alla video-arte che alla narrazione tradizionale. Hai seguito comunque una sceneggiatura?

     Si tratta di un percorso emotivo costruito e vissuto in prima persona. Fuego è una ricerca teorica, tecnica e tribale. Trovo che la sceneggiatura sia un limite utile. Ho studiato sceneggiatura per diversi anni. Per questo cerco di dimenticarla nei lavori di videoarte.

     Fondamentale è la colonna sonora. Chi l’ha realizzata e come?

     La musica si fonde con il video in una ritmica processione ipnotica e simbolica. Ho utilizzato diversi mantra indiani, contaminadoli con sonorità digitali e ataviche. Indispensabile è stata la collaborazione del Biondo (Marco Rotonda) e del musicista cubano Luis De La Cruz.

     Si notano alcuni riferimenti all’opera fotografica di Araki ma anche a Peter Greenaway.

     Un ragazzo che lavorava con me fece uno stage con Araki, le cose che mi ha raccontato dilui come uomo e artista non mi sono piaciute per niente. Non mi piace Araki. Greenaway mi piace di più. Lo trovo molto poetico. Sono partito da alcuni aspetti dai quali credo siano partiti entrambi. I miei nonni indigeni scrivevano e disegnavano sul proprio corpo. La mia bisnonna era una sciamana. La mia compagna giapponese, Sawako Aramaki, scultrice, mi ha ulteriormente aiutato a sviluppare il tema della ritualità.

    Realizzi anche dipinti o altre forme d’espressione?

     Mi esprimo con qualsiasi mezzo: dai dipinti ai tatuaggi, dalla performance ai video, dalla musica al cinema. L’arte non ha generi o forme specifiche, siamo noi

    che abbiamo bisogno delle forme o dei generi per codificare i processi cognitivi e spirituali.

    Usi particolarmente alcuni effetti digitali nelle tue opere. Come mai?

     Ho una visione del video decisamente pittorica e, in effetti, in un secondo troviamo 25-30 quadri (fotogrammi), in sequenza. Il video è una tela in movimento, all’interno della quale catturo il ritmo delle esperienze che vivo.

    Spesso coniughi una ricerca estetica con uno sguardo documentaristico.

     L’artista possiede una deontologia. Non mi piace l’approccio giornalistico alla realtà ma ritengo altresì necessario che il pubblico ricominci a considerare l’arte un qualcosa di comprensibile. L’arte ha il dovere di parlare di qualcosa o di assolutamente nulla. L’arte è un lusso che serve a tutti. Oltretutto quando affermi di essere un artista ti senti attanagliato da una sorta di vergogna sociale. Troppi artistoidi inficiano la categoria. Non siamo più rispettati. Ci siamo sputtanati. In passato l’artista era un uomo considerato divino. Questa è una vergogna perché l’uomo, senza l’arte, non è degno di essere.

    Un cortometraggio che hai realizzato con successo è parso  Maledetta Scrittura. Come nasce il progetto?

    Nasce da un monologo teatrale di Mauro John Capece, in cui Domenico Starnone ha creduto profondamente

    E’ stato lui a consigliarci di girare questo corto. Attualmente con John ed Evoque ho realizzato Il Sopranista che pur essendo polemico come Maledetta Scrittura utilizza una forma totalmente differente. Comunicare è essere sinceri con se stessi. L’ultimo nostro lavoro è totalmente italiano. Ha il sapore e l’aspetto di una cultura che stiamo perdendo, sommersi, come siamo, da bisogni estetici, reificanti e indotti. Il sopranista parla della lirica, della fede, della trasgressione e di un uomo con una voce indefinibile e divina.

    Matteo Treleani

    Articolo tratto dal sito www.shortvillage.com

    Shortvillage la Città del Cortometraggio

     

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